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Nel cuore del Canavese, un'area del Piemonte particolarmente ricca di percorsi culturali ed eno-gastronomici. Avrete la possibilità di rendere ancora più interessante il vostro viaggio, con delle escursioni al Parco Nazionale del Gran Paradiso oppure con delle visite ai castelli medievali ed al tour dei 5 laghi. Imperdibile la possibilità di praticare diversi sport in ogni stagione. Infine, mostre, feste, eventi, come il suggestivo Carnevale di Ivrea.Ricca di rievocazione storiche la festa del carnevale è l'unica con una trama precisa, ha il suo culmine con la famosa battaglia delle arance che coinvolge, con il suo entusiasmo l'intera città e le migliaia di spettatori da tutta Europa. La Città di Ivrea, le sue origini risalgono al 100 A.C. e la vedono fiorire nel massimo splendore nel periodo medievale. Il suo centro storico di epoca romana è arroccato su un colle sulle sponde della Dora Baltea. I visitatori potranno godere di vari percorsi a tema, dalla storia all'archeologia, dall'ambiente alla religione. Tra gli edifici da visitare ci sono il Duomo di Ivrea, la Chiesa di San Nicola da Tolentino, ed in via Varmondo Arborio si giunge al Seminario, nel cui cortile si potrà ammirare un pavimento in mosaico appartenente al Duomo, alle spalle dello stesso si trova il Castello delle tre torri. Tra gli stabilimenti della Olivetti, c'è poi la Chiesa di San Bernardino, a fianco ad un convento, dove all'interno si trova un prezioso ciclo di affreschi che rappresentano la vita di Gesù. Fuori dall'abitato di Ivrea si potrà raggiungere un'area con i resti di un anfiteatro romano.
L’Anfiteatro morenico è uno dei più rilevanti complessi di origine glaciale delle Alpi, sia per l’estensione che per lo straordinario livello di conservazione. Esteso su un’area di circa 600 km2 e con altitudini comprese tra i 200 e gli 850 m, è stato generato durante l’Era Quaternaria, nel Pleistocene (da 1,65 milioni a 10.000 anni or sono), dall’azione di erosione ed accumulo operata dal Ghiacciaio Balteo: un imponente “fiume di ghiaccio” lungo circa 100 km e alto circa 800 m. proveniente dalla Valle d’Aosta, dalle pendici meridionali del Monte Bianco.L’Anfiteatro morenico si compone di alcune unità paesaggistiche omogenee:
LE MORENE Colline di forma allungata, generate dall’azione di trasporto e accumulo operata dal Ghiacciaio Balteo. Circoscrivono l’Anfiteatro e si presentano nel loro complesso come un enorme arco collinare (di cui il settore più celebre è la Serra di Ivrea) di perimetro pari a circa 100 km delimitato a nord dal Mombarone e dal Monte Gregorio, torrioni montuosi che costituiscono la “porta d’accesso” alla Valle d’Aosta. Al loro interno è possibile distinguere differenti gruppi di cerchie, riferibili a tre diverse fasi glaciali. Grande è la varietà di ambienti: numerosi i corsi d’acqua (Chiusella, Elvo, Viona), i bacini lacustri (Alice superiore, Meugliano) e le zone umide (Torbiere di San Giovanni, Vialfrè, Alice Superiore). LE COLLINE ROCCIOSE Costituiscono uno dei rari affioramenti rocciosi di granulite basica a livello mondiale. Ubicate nella parte nordoccidentale dell’Anfiteatro, a nord della città di Ivrea o in lembi isolati che emergono dalla pianura, hanno subito l’azione erosiva del Ghiacciaio Balteo, con la conseguente formazione di zone depresse dove si trovano numerosi bacini lacustri (Laghi Sirio, Pistono, Campagna, San Michele e Nero) e palustri (Torbiere di Chiaverano, Terre Ballerine), alternate a dossi rocciosi, dove predominano flora e fauna tipiche degli ambienti secchi. LA PIANURA Costituita da depositi alluvionali antichi e recenti e contornata dalle cerchie moreniche dell’Anfiteatro, è bagnata dalle acque della Dora Baltea, del Chiusella e di altri corsi d’acqua minori. Presenta un andamento altimetrico variabile per effetto dei diversi fenomeni di accumulo ed erosione subiti nel corso dei secoli (superfici terrazzate). IL PARCO NAZIONALE DEL GRAN PARADISO
L'Ente Parco Nazionale del Gran Paradiso è stato costituito con Regio decreto del 3 dicembre 1922, ha sede a Torino e un ufficio amministrativo ad Aosta. Oltre al personale di gestione ha un corpo di vigilanza (l'erede delle vecchie "guardie reali") costituito da una settantina di unità per la sorveglianza del Parco durante tutto l'anno. Il Parco, primo per istituzione in Italia, è posto in territorio a cavallo fra la provincia di Torino (vallate dell'Orco e Soana) e la Val d'Aosta (Valli di Cogne, Savarenche, Rhèmes) su un'area di circa 70.000 ettari dominati dalla grandiosità del massiccio gruppo del Gran Paradiso (m 4061).
Il numero degli stambecchi presenti nell'area del Parco ha subito notevoli fluttuazioni: da una novantina presenti alle Regie Patenti (1821), si arriva a 2.300 (alla istituzione del Parco nel 1922) e a 3.865 nel 1933 quando l'Amministrazione venne centralizzata a Roma. Dopo l'ultima guerra si raggiunge di nuovo un minimo storico, con appena 419 capi. Con la ricostituzione nel 1947 dell'Ente Parco a Torino, si ha una buona ripresa e si arriva a 3.822 capi nel 1962, ma il rigido invernodi quell'anno ne uccide 1.500. Segue una ripresa fino al 1976, con 3.760 capi, quando l'inverno fa una nuova decimazione. Dopo tale data, grazie anche ad inverni più miti, il numero è in continuo aumento e oggi si contano oltre 5.400 stambecchi. Il Parco ha anche condotto una notevole serie di reintroduzioni di questo animale in tutto l'arco alpino, creando 25 nuove colonie in attiva espansione.
Anche la flora del Parco è ricca e interessante: sul territorio si ha una fascia iniziale di boschi inferiormente di faggio e castano, poi più in alto di larice, abete rosso, e pino cembro. Ampiamente diffusi sono i pascoli alpini con ricchissime fioriture estive che includono alcune specie vegetali relitte delle grandi glaciazioni. Nel 1955 in Valnontey (Cogne) il Parco ha istituito un Giardino Botanico Alpino in cui sono raccolte le specie più significative delle Alpi Occidentali. Nel Giardino sono ricostruiti numerosi ambienti naturali che permettono al visitatore di conoscere le piante come vivono in natura presentando oltre 1.500 specie. E' prossima l'apertura di una altro Giardino Botanico a Campiglia (Val Soana).
I cinque laghi sono abitati dall’airone cenerino, dalla folaga e dalla gallinella d’acqua, dallo svasso maggiore, dal germano reale, dal mestolone, dalla moretta, dal martin pescatore e dal cormorano, quest’ultimo presente solo durante il periodo invernale. I pesci che vivono in queste acque sono il boccalone, la carpa, il pesce gatto e la trota fario. La flora lacustre comprende specie che vivono nell’acqua come la ninfea bianca ed il millefoglio d’acquae specie che vivono nella fascia d’interramento del lago, dove cioè il livello dell’acqua varia secondo le precipitazioni.
LAGO SIRIO Il Lago Sirio è compreso nella regione biogeografia alpina a cavallo tra i comuni di Chiaverano ed Ivrea, nella parte Nord dell’Anfiteatro morenico d’Ivrea sul versante orografico sinistro del bacino idrografico della Dora Baltea: è incluso nel territorio denominato Canavese Orientale. La bellezza del luogo costituisce la peculiarità principale del lago: è incastonato in un’area collinare rocciosa modellata nel Pleistocene dal Ghiacciaio Balteo la cui morena laterale sinistra, Serra d’Ivrea, domina il paesaggio con i suoi 25 Km di lunghezza. La Serra è sicuramente uno dei pregi naturalistici maggiori dell’area in quanto è tra le morene laterali meglio conservate d’Europa. Il ago è designato dalla Regione Piemonte quale lago di rilevante interesse ambientale. E’ caratterizzato da una notevole profondità massima e media in rapporto alle sue dimensioni;( ha una superficie di 0,31 Km quadrati ed una profondità massima di 46,5 m). Non esistono immissari in superficie, si presume vi siano delle sorgenti subacquee che lo alimentano. Tra i cinque laghi del SIC, tutti di origine glaciale, è l’unico ad essere alimentato da una sorgente ed è il più grande. LAGO SAN MICHELE E' il più piccolo dei Cinque Laghi della Serra di Ivrea ed occupa una depressione rocciosa di origine glaciale. Adiacente ad esso è presente un panoramico promontorio dal quale si raggiunge l'ammirevole chiesetta dei Tre Re risalente all'XI secolo. LAGO PISTONO IL lago Pistono è compreso tra Ivrea, a nord, e Montalto Dora, ad ovest, e presenta uno specchio acqueo lungo 650 metri e largo 250; è alimentato dal rio Montesino e dalle acque che scendono dai fontanili di Bienca e da quelle di scolo provenienti dalla regione dove un tempo c'era il lago Coniglio, fatto poi prosciugare per favorire l'estrazione della torba. Le acque dell'emissario, che si trova nell'estremo lato Ovest del lago, fornivano la forza motrice al mulino del paese e sono controllate da una diga, la cui azione influenza anche l'andamento del livello dell'acqua dell'invaso. Fermandosi sulle sponde del lago si può ammirare un paesaggio incantevole, quasi fiabesco per la quiete che lo circonda. Alle spalle l'orizzonte è segnato dal profilo rettilineo della Serra, considerata la più bella collina morenica d'Europa, mentre di fronte un'isoletta rende ancora più pittoresco il piccolo bacino d'acqua. LAGO NERO Il Lago Nero, il più solitario ed incontaminato dei laghi dell’Eporediese che incastonato tra ripide colline ricche di boschi, rievoca immagini di battaglie ed imboscate nello stile dei più classici racconti di Walter Scott. Il Lago Nero è alimentato dall'acqua piovana e da due rivoli provenienti dalla parte Nord; l'emissario si trova invece verso Ovest nella direzione di Borgofranco.Dalle acque del lago emerge un'isoletta, esattamente nella zona a sud dove si specchia il Mombarone e la sua sagoma vi si riflette imperiosa. Questo specchio d'acqua è inserito in uno scenario agreste coronato da una vegetazione molto fitta che rende particolarmente cupo il colore delle acque, da cui il nome. Non mancano le leggende che bene si adattano a questo ambiente: gli amori felici di Leonora e Gualfredo, del Trovatore e della Castellana nonché la tragica vicenda di Emma e Guiscardo; le storie delle streghe locali (i pé d’oca) che qualcuno giura di vedere ancora oggi, con il dito mignolo fiammeggiante, aggirarsi tra le mura di vecchie case abbandonate.
Terra di manieri, chiese, torri e ricetti, il Canavese documenta un passato ricco di storia: percorrendo l'ormai noto Circuito dei Castelli in un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, si possono rivivere avvenimenti politici, vicende ci corte, aneddoti e leggende, trascorrendo dalle testimonianze del medioevo al fasto e al rigore dei Savoia, all'ombra di imponenti torri, possenti mura merlate e verdi parchi.
CASTELLO DI IVREA Il castello di Ivrea fu edificato nel 1358 dal Amedeo VI di Savoia il Conte Verde. Divenne la raffinata dimora dei Savoia, abbellito con arazzi, tappeti, argenti, sete preziose. Vide abitarvi le duchesse della casa Savoia che diedero impulso alla cultura e alle arti, tra di esse Jolanda di Francia, sorella di Luigi XI e Beatrice del Portogallo. Nel 1522 vi nacque il principe Adriano, figlio di Carlo III il buono. Durante il XVI secolo, in Canavese, divamparono le guerre tra Francesi e Spagnoli e il castello subì una progressiva trasformazione che da ricca dimora lo portò a divenire presidio militare e infine, nel XVIII secolo, prigione, funzione che conservò fino al 1970 quando lo Stato lo riconsegnò al Comune di Ivrea. Oggi è parzialmente aperto ai visitatori al piano terra, nel cortile e in alcune stanze che conservano le caratteristiche della loro ultima destinazione: celle di una prigione. Interamente costruito in mattoni, l'imponente costruzione ha pianta quadrata (per la precisione trapezio rettangolo) e grandi torri cilindriche agli angoli (le rosse torri). Sulle pareti del castello sono chiaramente visibili i modiglioni in pietra sui quali sono archetti in mattoni e le caditoie dei camminamenti. Sono conservate inoltre molte finestre originali, fra le quali si distingue una grande bifora che riporta in alto lo stemma crociato dei Savoia. Delle originali quattro torri, solo tre rimangono integre, in quanto quella di Nord Ovest, è stata mozzata all'altezza dei camminamenti da una violenta esplosione avvenuta nel 1676. Il 17 giugno di quell'anno, infatti, un fulmine si abbatté sulla torre maggiore che era adibita a deposito di munizioni e conteneva 800 barili di polvere da sparo. Lo scoppio e l'incendio che ne seguì uccisero 51 persone (altri dicono 80) e causarono la rovina di oltre cento case. CASTELLO DI MASINO Il castello di Masino, a Caravino, fu la residenza principale dei conti Valperga, antica famiglia del Canavese, e fino al Rinascimento era difeso da alte mura e imponenti torri di guardia poi abbattute per far posto a monumentali e splendidi giardini di fattezze romantiche e tipiche dell'Italia aristocratica. L'intero edificio è letteralmente ricoperto da affreschi, mobili di raffinatissima fattura e sede d'un museo di carrozze settecentesche davvero straordinario. Il giardino del castello, gigantesco e lussureggiante, è tipico dell'arte inglese e risalente al milleottocento, circonda per intero
MARZO-SETTEMBRE: ore 10-18. Da Ottobre a fine Novembre da metà Febbraio: ore 10-17. Maestosa residenza sabauda risalente al XII secolo e, dal 1600, prestigioso esempio di architettura barocca realizzato su progetti di Amedeo di Castellamonte e Ignazio Birago di Borgaro, il castello è impreziosito da un esteso parco, da giardini all'inglese e all'italiana e da artistiche fontane.La struttura risale al sec.XII ed è attribuita ai conti San Martino di Agliè. Diventa proprietà dei Savoia nel Settecento ed è scelta per la villeggiatura da re Carlo Felice, che la fa ridecorare e riarredare. La residenza, che ha ben trecento stanze, è divisa in due corpi, collegati da due gallerie. Di notevole interesse sono il salone da ballo, la quadreria e i reperti archeologici romani: raccolti da Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice. Questi reperti provengono dagli scavi dell’antica Muscolo. Apertura castello: da gennaio a dicembre; parco: da maggio a ottobre
Il castello di Mazzè è stato costruito nel XII secolo su volere dei conti di Valperga. Questo castello è costituito in verità da due manieri: uno grande ed uno piccolo, divisi semplicemente dal parco che circonda il complesso. Il castello di Mazzè oggi ci appare con un impianto neogotico, tipico dell'800. Il castello grande ha infatti una torre quadrata con biforre e mura merlate, mentre quello piccolo ha bertesche che sporgono dall'impianto rettangolare. E neogotico è anche l'interno, con sale gotiche ricche di affreschi che raffigurano valorosi cavalieri. Aperto tutte le Domeniche pomeriggio, ore 14-17.00 ultimo ingresso. A Pasquetta aperto ore 10-18.00
CASTELLO DI MONTALTO Il castello, che si erge a 405 metri sul Monte Crovero, fu edificato tra il X e l'XI secolo ma non si conosce chi fu a costruirlo. Si sa tuttavia che verso il Mille era costituito da una torre, una cinta di collegamento e una cappella dedicata a Efisio, Marco ed Eusebio.
È visitabile unicamente durante le giornate del F.A.I. di primavera e in occasione di aperture straordinarie CASTELLO DI MALGRA’ (RIVAROLO CANAVESE) A Rivarolo nel Canavese, sulla riva destra del fiume Orco, viene edificato fra il 1333 e il 1336 il Castello di Malgrà per volontà di Martino di San Martino, signore di Rivarolo e di Agliè, discendente di re Arduino. La leggenda vuole che il termine Malgà derivi dal fatto che il castello è stato costruito “malgrado” l’opposizione dei Valperga, antagonisti dei San Martino, anche se l’origine del nome deriva probabilmente dal toponimo del sito. Teatro di scontri tra le due famiglie, il castello è stato conquistato dai marchesi di Monferrato, alleati dei Valperga, e solo successivamente venduto ai Savoia che lo restituiscono ai San Martino dopo atto di sottomissione. Lodovico Pievano di Pont, ultimo discendente dei San Martino, cede nel 1626 il feudo che diventa proprietà prima dei Cortina, poi dei Francesetti infine dei Robilant. Dopo distruzioni e ricostruzioni, il castello è ristrutturato dall’architetto Alfredo D’Andrade tra l’Ottocento e il Novecento cui si deve la rimessa in luce delle strutture medievali. Il Castello di Malgrà è acquistato nel 1982 dal Comune. ORARI da giovedì a sabato: 15.00-18.30 domenica: 10.00-12.00 /15.00-18.30 Apertura dal 25 aprile al 24 ottobre
L'intero percorso si articola in 90 tappe di cui Ivrea è la 45esima, la metà esatta dell'intero percorso. L’appellativo “Francigena” non indicava solo un tracciato devozionale ad esclusivo uso dei pellegrini, ma una via percorsa da mercanti, eserciti, uomini politici e di cultura, creando così un canale primario di comunicazione e di scambio e permettendo tutte quelle interrelazioni che portarono alla sostanziale unità della cultura Europea tra X e XIII Secolo Lungo questo percorso esistevano numerose tappe per il ristoro dello Spirito e del corpo, per questo all’interno del territorio è possibile, ancora oggi, incontrare una serie di testimonianze romaniche che ci portano a rivivere le suggestioni del tempo. Questo percorso, nel 2004, è stato dichiarato dal Consiglio d’Europa “Grande Itinerario Culturale Europeo”.
L'architettura romanica nel Canavese è rappresentata soprattutto dalle vestigia più antiche di importanti edifici religiosi, quali il duomo di Ivrea e l'abbazia di Fruttuaria, nonché da un ampio repertorio di chiese di modeste dimensioni che sorgono suggestivamente in luoghi isolati di campagna o sulle colline moreniche che caratterizzano il paesaggio canavesano. La presenza in Canavese di un vasto patrimonio di edifici religiosi romanici (che risalgono ai secoli XI e XII) assume una particolare risonanza nell'immaginario popolare in virtù della lettura in chiave romantica che, a partire dal XIX secolo, è stata data al Medioevo, che collega tali edifici a specifiche e suggestive vicende storiche. Vi sono, innanzi tutto, le vicende politiche e belliche che, attorno all'anno 1000, videro come protagonista Re Arduino d'Ivrea: parlano di tali gesta e della sua leggenda numerosi edifici: il duomo di Ivrea che fu al centro degli asperrimi scontri con il vescovo Warmondo; l'abbazia di Fruttuaria, a San Benigno Canavese, alla quale Arduino fu legato in vita da rapporti di patronaggio ed in cui riposarono a lungo le sue spoglie mortali; la roccaforte e la chiesa di Santa Croce a Sparone, dove nel 1004 tenne testa alle truppe imperiali di Enrico II di Germania. La Via Francigena che, dall'altro versante delle Alpi, entra in Italia dal passo del Gran San Bernardo, percorre la valle d'Aosta, entra nel Canavese a Carema e, seguendo a mezza costa il corso della Dora Baltea, giunge ad Ivrea per poi continuare verso il lago di Viverone, Roppolo, Cavaglià e Santhià. Apposite segnalazioni indicano oggi le numerose superstiti chiese romaniche che si incontrano lungo quello che poteva essere il tracciato di tale via.
Di particolare rilievo storico e artistico ricordiamo: Il Castello, celebrato anche da Carducci ("Ivrea la bella / che le rosse torri specchia / sognando a la cerulea Dora / nel largo seno, / fosca intorno è l'ombra di re Arduino."), il castello delle tre torri è un po' l'emblema della città. Fatto edificare (1357) da Amedeo VI di Savoia; realizzato interamente in mattoni, a pianta trapezoidale con quattro torri circolari poste a suoi vertici, era stato pensato come fortificazione difensiva (funzione che poi non svolse rivelandosi insufficiente, con l'introduzione della polvere da sparo, a sostenere i colpi dell’artiglieria). Adibito a ricovero, un fulmine fece esplodere, nel 1676, una delle quattro torri utilizzata come deposito di munizioni: non venne più ricostruita. Già utilizzato come carcere, oggi è sede di mostre e manifestazioni.
Il Santuario di Monte Stella luogo devozionale posto su di una verde e tranquilla collina che si erge nei pressi della piazza del mercato, lungo la quale si snoda una Via Crucis. Proseguendo in salita oltre al Santuario, si giunge alla "Cappella dei Tre Re", nella quali si trova, recentemente restaurato, un affresco (Natività e Santi Rocco e Sebastiano) di scuola spanzottiana.
IVREA E LA GRANDE FABBRICA OLIVETTI Il 29 ottobre 1908 Camillo Olivetti costituisce a Ivrea la Ing. C. Olivetti & C. S.p.A., "prima fabbrica italiana di macchine per scrivere".
Negli anni successivi escono nuovi modelli di macchine per scrivere e calcolatrici, anche in versione elettrica. Si sviluppano inoltre telescriventi, mobili e attrezzature per ufficio e si avviano attività nel campo delle macchine a controllo numerico. L'Azienda comincia l'espansione commerciale in Europa e nel mondo. Durante la crisi economica mondiale seguita al crollo di Wall Street del 1929, l'Olivetti è tra le poche aziende italiane nel ramo meccanico a non regredire, a non licenziare ed anzi ad espandersi. Nel 1933 Adriano Olivetti subentra al padre nella direzione dell'Azienda. Negli Anni 50 l'Olivetti è leader nella tecnologia meccanica dei prodotti per ufficio: il prodotto simbolo è la calcolatrice Divisumma 24, di cui nel 1967 sarà prodotto il milionesimo esemplare. IL MUSEO MAAM Il Maam si sviluppa lungo un percorso di quasi due chilometri che interessa via Jervis e le aree contigue su cui sorgono le principali strutture ed edifici legati alla Olivetti. La sua costituzione consente di offrire una risposta organizzata e soddisfacente alla domanda di conoscenza del patrimonio architettonico moderno di Ivrea che già oggi è meta di diverse centinaia di visite ogni anno. Il progetto architettonico del Maam consiste nella costruzione di sette stazioni tematiche informative, collocate lungo i percorsi pedonali pubblici in una successione tale da costituire un possibile itinerario di visita e caratterizzate da una forte integrazione con il tessuto urbano. I temi illustrati dalle stazioni riguardano le vicende inerenti l’impegno della Olivetti in architettura, in urbanistica, nel disegno industriale e nella grafica pubblicitaria e i contesti culturali all’interno delle quali queste vicende si collocano. Sono state così individuate sette aree tematiche: Olivetti e Ivrea; la comunità e le sue politiche sociali; l’architettura della produzione; il progetto industriale; la pianificazione territoriale; il prodotto e l’immagine; l’abitazione. Assieme alle stazioni, è stato allestito un Centro di informazione e di accoglienza, ospitato all’interno dell’edificio del Centro Servizi Sociali e pensato come vera e propria testa del museo, in cui supporti cartacei, fotografici, telematici e filmati consentono un approccio rapido e completo del visitatore ai temi e ai contenuti sviluppati nel percorso.
Per gli appassionati della montagna invernale segnaliamo che nel raggio di 50 km si possono praticare SCI NORDICO, SCI DI FONDO,SCI ALPINISMO, SNOWBOARDING E NORDIC WALKING (questo praticabile anche d’ estate) e per chi lo desidera anche il PATTINAGGIO SU GHIACCIO. D’ estate la montagna offre ai suoi visitatori altri sport: il TRAKKING per ogni livello di preparazione dai camminatori più esperti alle facili passeggiate per tutta la famiglia, il MOUNTAIN BIKE e le ARRAMPICATE con la famosa scuola di roccia del CAI di Traversella. Le nostre colline offrono agli sportivi più esigenti emozioni indimenticabili. Con il DELPTAPLANO O il PARAPENDIO per restare a contatto con la natura contemplando dall’alto lo splendido panorama del Canavese. La nostra zona è circondata da diversi campi da GOLF tra cui il campo da golf Le Betulle di Biella che dista circa 20 minuti di macchina,il parco della Mandria e tanti altri Green. Per chi volesse avvicinarsi ad un altro sport dove la concentrazione e la precisione sono di rigore potrà praticare anche il TIRO CON L’ARCO. Nel verde Canavese, data la radicata tradizione equina, si può praticare l’ EQUITAZIONE, grazie alla presenza di numero maneggi facilmente I laghi ed i fiumi come la Dora Baltea offrono sport acquatici come CANOA, RAFTING e per gli appassionati di PESCA SPORTIVA i nostri torrenti e laghi offrono numerose varietà di pesci come la trota, la carpa , il luccio. Le acque dell’Orco e del Soana attirano ogni primavera numerosissimi appassionati di questo sport. I notevoli dislivelli, la varietà dei percorsi fanno sì che si possa praticare a tutti i livelli. Torrentismo/canyoning .La discesa a piedi e/o con tecniche alpinistiche è uno sport che in questi ultimi anni ha coinvolto molti appassionati dell’avventura. La particolare ricchezza di acqua e la presenza di gole e forre molto incassate e selvagge fanno del Canavese un terreno adatto e ancora poco conosciuto per questo sport. Per visualizzare le offerte sul NORDIC WALKING clicca qui Per visualizzare le offerte GOLF clicca qui
Avvicinandosi alla fine del pasto occorre ricordare i Tipici, come formaggi, i "tomini" freschi o irrobustiti in un bagno d'olio e peperoncino. A conclusione del pranzo la grappa di Chiaverano.
La torta 900 è da oltre cento anni il vanto gastronomico della città di Ivrea: la creò alla fine dell'Ottocento, in onore del nuovo secolo, il maestro pasticciere Ottavio Bertinotti nel suo laboratorio di via Arduino.La base è formata da due dischi di una pasta tipo pan di Spagna, ma molto più soffice, cui si aggiunge del cacao; la torta è poi farcita con una delicatissima crema al cioccolato e spolverata di zucchero a velo. I dischi sono di diametro variabile e vengono farciti al momento dell'ordine, in modo da garantire la massima freschezza. La ricetta è sempre rimasta segreta.
I vini del Canavese hanno varcato ormai da tempo i confini regionali, facendosi conoscere e apprezzare in tutta Italia e anche all'estero.
Sulle pendici dei monti dove finisce il Piemonte e inizia la Valle d'Aosta, nasce un vino speciale: il Carema. Si tratta di un grande rosso Doc prodotto in piccole quantità, con le tipiche caratteristiche del vino di montagna. Un gusto intenso, frutto della dura fatica che richiede la coltivazione della sua uva. Quelle del Carema sono vigne difficili, ubicate fra i 350 e i 700 metri d'altitudine, su terrazze scavate nella roccia alle pendici del Monte Maletto. Ancora oggi la coltivazione di questo vigneto si svolge secondo i metodi antichi, faticando per arrivare sui pendii e per ottenere scarse quantità di grappoli. Un vino d'altri tempi insomma. Le vigne di Carema sono uno spettacolo stupendo: testimonianza dell'ingegnosità e della bravura dei contadini e concreta prova della lotta per la sopravvivenza su una terra dura da coltivare. Sono caratterizzate da pergole sostenute da pilastri a forma di tronco di cono in pietra, che, rilasciando nel corso della notte il calore accumulato durante il giorno, offrono alla vite ottime condizioni climatiche per la coltivazione. Il vino Carema è rosso rubino tendente al granato.. Quando è pronto per essere degustato ha raggiunto i 12 gradi alcolici. Il profumo ricorda la rosa macerata; il sapore è morbido, vellutato e corposo. E' perfetto per valorizzare piatti importanti: arrosti, selvaggina, carni rosse e formaggi stagionati. Oppure lo si può sorseggiare con calma a fine pasto, tra una chiacchiera e l'altra davanti al camino, spizzicando frutta secca e dolci a pasta secca.
ERBALUCE DI CALUSO D.O.C. rigorosamente doc, è un secco dal sapore molto intenso, da gustare fresco con gli antipasti o per accompagnare i piatti di pesce. E' prodotto in 35 comuni di cui la maggioranza (31) sono in Canavese, 3 in provincia di Biella e 1 in provincia di Vercelli. L'Erbaluce di Caluso e' un prodotto dell'omonimo vigneto, la cui coltivazione, sulle colline moreniche Canavesane, si perde nella notte dei tempi. Isolati i vigneti Calusiesi, grazie alle particolari condizioni del terreno e ad un clima assai propizio, consentono di ottenere un vino unico ed inconfondibile nel panorama dei vini bianchi. Risultano particolarmente evidenziati l'aroma delicato, una gradevole freschezza,un giusto grado alcoolico, sempre raggiunto naturalmente. Le magistrali pratiche enologiche e le sofisticate tecnologie utilizzate, consentono di ottenere un prodotto genuino e naturale, nonché di evidenziare maggiormente le peculiari caratteristiche organolettiche. La temperatura consigliata per la degustazione è di 8-10°, il colore è giallo paglierino ed è caratterizzato da un profumo fine, che ricorda i fiori di campo; mentre il sapore è secco, fresco e caratteristico.
Questo gioiello della viticoltura Calusiese si ottiene dal vitigno Erbaluce, solo nelle annate in cui i grappoli integri e sani raggiungono un'ottima maturazione. Le particolari cure che vengono apportate nel vigneto, spampinatura, spollonatura, legate all'elevata insolazione delle nostre colline consentono ai grappoli di assumere una colorazione dorata ed un alto tenuto zuccherino. Con un'accurata cernita durante la vendemmia, solo i grappoli sani e maturi vengono prescelti per produrre questo nobile vino, le uve sono poste su graticci o appesi dal peduncolo in locali arieggiati ("passitaie") e lasciate ad appassire fino a marzo quando verranno pigiati. Questo nettare d'uva invecchierà in pregiate botti di rovere per un minimo per 4 anni, durante i quali si sviluppano naturalmente aromi e sapori encomiabili L'equilibrato rapporto alcool-zuccheri, il gradevolissimo sapore, consentono numerosi abbinamenti oltre a quello tipico da dessert. Si tratta di un vino dal colore che varia dal giallo oro all'ambrato scuro, caratterizzato da un sapore dolce, armonico, pieno e vellutato e da un profumo delicato, etereo e caratteristico.
Il Canavese Barbera è apprezzato con carni rosse, salumi e formaggi stagionati mentre, il Nebbiolo è ottimo con la cacciagione e formaggi a pasta dura; entrambi serviti a 12-14° in calici allungati per vini rossi giovani. Il Bianco è servito con primi piatti a base di pesce a 9-11° in calice svasato per vini bianchi giovani; il Rosso abbinato con carni rosse alla griglia, stracotti e salumi, servito a 12-14° in calici per vini rossi giovani; infine, il Rosato abbinato a primi piatti, come minestroni di verdure, pasta e fagioli, con formaggi vaccini non troppo stagionati e servito a 10-12° in calici ampi ed aperti. Rossi abbinabili a piatti tradizionali, soprattutto secondi della cucina piemontese, bianco e rosato serviti come aperitivo e con piatti a base di pesce.
STORICO CARNEVALE DI IVREA Una manifestazione in cui storia e leggenda si intrecciano per dar vita ad uno spettacolo imperdibile, in cui i protagonisti assoluti sono la Vezzosa Mugnaia, eroina della festa, il Generale con il suo Stato Maggiore, il Sostituto Gran Cancelliere, il Podestà, il corteo con le bandiere dei rioni rappresentati dagli Abbà, e i Pifferi e Tamburi. A riempire di colori e profumi la città, vi è poi la famosa e spettacolare Battaglia delle Arance, momento di grande coinvolgimento e forte emozione.
Si narra infatti che due volte all’anno il feudatario donasse una pignatta di fagioli alle famiglie povere e queste, per disprezzo, gettassero i fagioli per le strade. Gli stessi legumi erano anche utilizzati in tempo di carnevale, come scherzosi proiettili da lanciare addosso ad improvvisati avversari. Intorno agli anni trenta e sessanta del secolo scorso, insieme a coriandoli, confetti, lupini e fiori, le ragazze lanciavano dai balconi, mirando le carrozze del corteo carnevalesco, qualche arancia. I destinatari erano giovincelli dai quali le stesse ragazze volevano essere notate. Dalle carrozze si iniziò a rispondere scherzosamente a tono e, poco a poco, il gesto di omaggio si trasformò prima in duello, quindi in un vero e proprio testa a testa tra lanciatori dai balconi e lanciatori di strada. Solo dal secondo dopoguerra la battaglia assunse i connotati attuali seguendo regole ben precise. Ancora oggi lo scontro si svolge nelle principali piazze della città, e vede impegnati equipaggi sul carro (simboleggianti le guardie del tiranno) contro le squadre degli aranceri a piedi i popolani ribelli) costituite da centinaia di tiratori. Si tratta indubbiamente del momento più spettacolare della manifestazione che ben evidenzia la lotta per la libertà, simbolo del carnevale eporediese. La battaglia delle arance insieme a tutti gli eventi storici presenti nella manifestazione di Ivrea, costituisce un’incredibile patrimonio culturale e goliardico, che posiziona la festa tra le più importanti nel panorama nazionale ed internazionale. Il getto dello arance rappresenta anche il momento in cui è più alta la partecipazione collettiva: tutti possono prenderne parte, iscrivendosi in una delle nove squadre a piedi oppure divenendo equipaggio di un carro da getto.
Il 7 luglio di ogni anno Ivrea celebra la festa del suo patrono San Savino con la Fiera dei Cavalli, una delle più importanti d'Italia.
La tradizione dei cavalli risale ai tempi della stessa fondazione di Ivrea, la romana Eporedia, nome composto da Epo, analogo a Ippos cioè cavallo in greco e dalla voce gallica Reda che significa carro. Infatti Ivrea era situata sulla strada delle Gallie che collegava Vercelli ad Aosta ed era una stazione di cambio dei cavalli. Secondo alcuni storici vi si trovava una accademia militare dove i soldati venivano addestrati al maneggio dei cavalli e alla guida dei carri.
Nella storia di Ivrea i cavalli hanno continuato ad avere un ruolo importante e così la Fiera dei Cavalli di San Savino che cresce ogni anno. San Savino non ha mai conosciuto la città e in essa è entrato ben seicento anni dopo la sua morte. Fu vescovo di Spoleto tra la fine del III secolo e l'inizio del IV. Subì il martirio nel corso dell'ultima e più terribile persecuzione contro i cristiani, quella di Diocleziano. A Spoleto il corpo di San Savino rimase per qualche secolo nella basilica a lui dedicata, fino a quando nel 956 il figlio di Berengario II marchese di Ivrea, Corrado, che allora governava Spoleto prima di succedere al padre, lo portò nella nostra città. Corrado aveva infatti voluto dare a Ivrea un santo patrono che la liberasse dalla peste da cui in quel tempo era colpita. La peste, raccontano i cronisti dell'epoca, effettivamente cessò non appena le spoglie del martire giunsero ad Ivrea.
Torino, capoluogo del Piemonte, è una città dove da sempre la libertà di pensiero e la creatività, ha alimentato e protetto celebri intellettuali ed artisti come Erasmo, Norberto, Bobbio, Nietzsche e Lagrange, e dato origine all'Arte Futurista. Torino ha ricevuto dall'UNESCO il prestigioso riconoscimento di Capitale Mondiale del Libro grazie alla Fiera Internazionale del Libro, una delle più importanti manifestazioni europee del settore che si svolge ogni anno al quartiere fieristico di Torino, la città occupa un'importante ruolo nella storia mondiale della letteratura, dell'editoria e della cultura. Una secolare passione unisce Torino al cinema, infatti, la città ospita il Museo Nazionale del Cinema, un'esposizione ricca ed affascinante situata all'interno della Mole Antonelliana: allestimenti scenografici, proiezioni e fotografie conducono i visitatori in un viaggio attraverso la storia del cinema, circondati da cimeli unici nel loro genere, come la testa de “Lo Squalo” di Spielberg, i gioielli di Marilyn e la bombetta di Charlot. Sotto il profilo economico, la zona è associata al marchio Fiat: nasce proprio a Torino il leggendario stabilimento automobilistico che trasformò per sempre la città, dettandone anche tempi e stili di vita. Forse pochi sanno che la città ha dato i natali a numerose altre aziende e marchi italiani, tra cui: la compagnia telefonica SIP (poi diventata Telecom Italia), EIAR poi diventata RAI, Lavazza, Italdesign, Invicta, Seven, Kappa, Superga ed importanti banche. Sotto il profilo naturalistico, Torino è circondata dalle colline del Chierese e del Monferrato a sud e dall'imponente arco alpino a nord e sono proprio queste le caratteristiche che hanno contribuito all'assegnazione dei XX Giochi Olimpici Invernali alla città di Torino , ospitati nelle splendide località turistiche di Sestriere (regina del turismo invernale piemontese), Bardonecchia, Pragelato, Cesana e Sauze Oulx. Il divertimento serale a Torino si apre con il rito dell’aperitivo, di cui i torinesi sono inventori: fu Antonio Benedetto Carpano, nel 1786 ad aver inventato il Vermouth, prodotto con vino bianco ed un infuso di erbe e spezie.
Storicamente fu fondata nel 25 a.C. da Augusto, a danno della popolazione autoctona dei Salassi (circa 36 mila furono venduti come schiavi), Augusta Praetoria sorgeva dove la via per l’Alpis Poenina (Gran San Bernardo) si congiungeva a quella per l’Alpis Graia (Piccolo San Bernardo). L’origine romana è tuttora evidente nell’impianto urbano: rettangolare, cinto da mura, con strade a scacchiera e decumano massimo coincidente con la via del Piccolo San Bernardo. Successivamente la città passò dall’impero carolingio al regno di Borgogna (888), e nel 1025 fu ceduta a Umberto Biancamano, consigliere del re e capostipite dei Savoia. Anselmo d’Aosta - arcivescovo di Canterbury, dottore della chiesa e santo - vi nacque nel 1033. I motivi d’interesse storico-artistico di Aosta, a parte i resti romani, sono raccolti su piazza Chanoux, intorno alla Cattedrale, vicina al luogo anticamente deputato a foro, e fuori le mura dove è la collegiata di S. Orso. L’Arco di Augusto, al di là della collegiata, è coevo alla fondazione romana della città (25 a.C.); a un solo fornice affiancato da semicolonne corinzie, esso ha sotto l’arcata una copia del Crocifisso trecentesco, esposto al Museo della Cattedrale. Oltre il torrente Buthier rimane un ponte romano a un arco, che valicava un corso d’acqua probabilmente prosciugatosi in seguito. Il più cospicuo lascito dell’età medievale è il complesso di S. Orso, dominato dal campanile romanico (1131). LA VALLE D’AOSTA
La Valle d'Aosta vive all'ombra di monti tra i più alti d'Europa: il Monte Rosa; il Cervino, il Bianco ed il Gran Paradiso, con il suo Parco Nazionale. Montagne-spettacolo che hanno fatto la storia dell'alpinismo e che da Gressoney a Cervinia, da Courmayeur a Pila, offrono chilometri e chilometri di piste dove provare l'emozione di una discesa mozzafiato o scoprire, sempre con gli sci ai piedi, i silenzi dei boschi e gli angoli piu segreti. Alla favolosa molteplicità di paesaggi montani fa riscontro la varietà degli insediamenti: accanto a tesori romani e romanici di Aosta e ai castelli sparsi per il territorio e ammirati anche da Napoleone, ecco paesi che vivono quasi ai margini della civiltà, come Chamois, una perla nascosta della Valtournanche, raggiungibile solo con la funivia. i valdostani, fin dal 500 hanno imparato a costruirsi gli utensili e gli oggetti d'uso quotidiano, e oggi l'artigianato è in fiore all''occhiello della sua economia. Identità e tradizione, il fascino di un sapere e di un sentire antichi sono presenti ovunque, nei prodotti della cucina, nei costumi, nelle musiche e nei balli, soprattutto negli usi della comunità walser, che da secoli fa della montagna la sua ragion d'essere.
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Nel cuore del Canavese, un'area del Piemonte particolarmente ricca di percorsi culturali ed eno-gastronomici. Avrete la possibilità di rendere ancora più interessante il vostro viaggio, con delle escursioni al Parco Nazionale del Gran Paradiso oppure con delle visite ai castelli medievali ed al tour dei 5 laghi. Imperdibile la possibilità di praticare diversi sport in ogni stagione. Infine, mostre, feste, eventi, come il suggestivo Carnevale di Ivrea.
L'origine del Parco Nazionale del Gran Paradiso è legata alle Lettere Patenti del 1821 promulgate dal Governo Piemontese le quali proibivano la caccia allo stambecco: si erano ridotti a meno di 90 esemplari. Nel 1856 le diverse di caccia dell'area del Gran Paradiso vennero unificate in una sola e nel 1919 il Re Vittorio Emanuele III la donò allo Stato per la costituzione del Parco Nazionale.
Lo stambecco è l'animale simbolo del Parco Nazionale del Gran Paradiso; questo robusto e frugale animale può raggiungere l'altezza di 90 cm. al garrese e un peso di oltre il quintale, le superbe corna dei maschi possono raggiungere il metro di lunghezza ; è possibile stabilire l'età dell'animale contando i cerchi sulla parte posteriore delle corna, ad ogni cerchio corrisponde un anno. Gli stambecchi vivono in branchi, con femmine e piccoli separati dai maschi adulti. I piccoli nascono in giugno dopo circa sei mesi di gestazione. La sua vita media è di circa 15 anni.
Seppur lo stambecco sia la specie più significativa, la fauna del Parco è notevolmente ricca anche di altre specie: più di 7.000 camosci (più piccoli degli stambecchi e con corna a tipica conformazione ad uncino), oltre 10.000 marmotte, poi ermellini, scoiattoli, donnole, faine, martore, tassi, lepri bianche, arvicole e volpi. Nell'avifauna spiccano oltre 10 coppie di aquile reali e molte altre specie di volatili. Da qualche anno ha fatto la sua ricomparsa l'avvoltoio degli agnelli.
Le zone lacustri, che comprendono il lago e le sue sponde, sono popolate da una grande quantità di uccelli poiché la vegetazione offre un sicuro rifugio alle coppie che nidificano e le acque aperte sono un tranquillo luogo di sosta e di alimentazione.

la rocca, e si estende per diversi ettari di terreno, solcata da una strada che percorre per intero i suoi boschetti e che arriva fino alla vicina località di Strambino. L'appartamento, così chiamato per la lunga permanenza di Giovanna Battista di Savoia Nemours, fu fatto costruire attorno al 1670 dal Conte Carlo Francesco I di Masino appunto per la reggente di casa Savoia, seguendo il modello del Castello Ducale di Agliè e di Castello Reale di Racconigi. La stanza da letto è un vero capolavoro, ricco di preziose quanto fragili sete e di un raffinatissimo letto a baldacchino.
CASTELLO DUCALE DI AGLIE'
CASTELLO DI MAZZE’
Annessa al castello c'era anche una chiesa intitolata a Sant`Egidio, che andò distrutta con il Castello stesso e molte case vicine durante la guerra tra Savoia e Monferrato. Il castello divenne fortezza a partire dal XIV secolo, nel periodo in cui apparteneva al Comitato di Ivrea. Nel Marzo 1344 il castello venne venduto al conte Amedeo di Savoia che già possedeva gli altri feudi della vallata di Montalto (Montestrutto, Settimo, Castelletto e Castruzzone). A partire da quel momento il castello ha subito una serie lunghissima di passaggi di proprietà dovendo peraltro subire anche traversie dal punto di vista strutturale tra distruzioni, attacchi ed assedi. Di tutti i trasferimenti di proprietà val la pena ricordare che nel 1403 fu infeudato ai De Jordano di Bard, perché questa famiglia, nel corso del suo periodo di giurisdizione sul maniero, intervenne sostanzialmente nella struttura del castello erigendone parti nuove. Dei tanti assalti subiti quello più importante avvenne durante l'assedio di Ivrea del 1641 da parte del D'Harcourt: in quella occasione infatti l'edificio venne smantellato nell'interno, pur rimanendo intatto all'esterno. Il castello nei secoli seguenti subì numerosissime cessioni ed investiture e fu più volte distrutto e ricostruito finché nel 1700 non tornò ai Vallesa, che lo tennero in proprietà fino all'estinzione della famiglia alla metà del secolo scorso. Al conte Severino Casana si deve poi nel 1890 l'opera di restauro del Castello secondo il progetto dell'architetto e archeologo Alfredo d'Andrate. Questo intervento non intaccò comunque le torrette d'angolo, le bifore, le finestre in cotto e la merlatura. Nel 1957 dopo una serie di passaggi di proprietà il castello è stato acquistato dalla Società Immobiliare "Castello di Montalto" per curarne i restauri e la valorizzazione. L'attuale struttura architettonica del castello presenta una doppia cinta anche se della prima esiste solo qualche traccia. Irregolare è il quadrilatero del cassero mentre il cammino di ronda è all'incirca di 160 metri con 142 merli. La pianta dell'edificio si presenta a forma di quadrilatero irregolare con mura alte circa 14 metri per un perimetro superiore di 150. Una grande torre quadrata all'interno domina tutta la costruzione. Passando al cortile del castello esso è caratterizzato da una costruzione bassa che presumibilmente era un posto di guardia e da una cappella che conserva un affresco raffigurante una Madonna con bambino che risale al XV secolo. Tra queste due strutture si erge un pozzo che abbisognava alla necessità d'acqua degli abitanti del castello.
La Via Francigena ha rappresentato nel corso dei secoli, fin dall’alto medioevo, l’itinerario seguito dai pellegrini di tutta l’Europa del centro nord, per raggiungere Roma, sede del Papato e cuore della Cristianità. Quella che oggi si conosce come Via Francigena è l’itinerario di 1600 km. percorso in 79 giorni dall’Arcivescovo Sigerico nell’anno 990 per ritornare a Canterbury da Roma dopo l’investitura del Pallio Arcivescovile da parte del Papa Giovanni XV.Sigerico annotò tutte le tappe, una per giorno, che lo riportavano in Gran Bretagna attraverso l’Europa. Il suo diario è quindi la più autentica testimonianza del tracciato della Via Francigena da Roma fino al canale della Manica di quell’epoca.
IL CANAVESE E LA VIA FRANCIGENA
Con duemilacento anni di storia, la città di Ivrea è situata ai confini della Val d’Aosta, nonchè al centro di un magnifico territorio come quello del Canavese, che ha saputo conservare intatte le proprie peculiarità territoriali e culturali. Fondata dai Romani e denominata Eporedia, da epo (cavallo) e da reda (carro), poichè i suoi abitanti erano abili domatori di cavalli, la città si sviluppò secondo i canoni dell’urbanistica romana basata sui cardi e decumani immersa tra le colline ed il fiume Dora Baltea. Nel medioevo la città era cinta da mura e divisa in terzieri; quello della città comprendeva la parte alta dove si trovavano il Palazzo del Vescovo, la Cattedrale, il Chiostro, il Palazzo del Comune e il Castello; a sua volta anche la Città alta era attorniata da mura. La zona occidentale, ossia il terziere di San Maurizio, comprendeva la zona ove si trovava il castello dei Marchesi di Monferrato, conosciuto come Castellazzo. La parte bassa verso est faceva parte del terziere di Borgo, mentre oltre il ponte Vecchio, fuori dalle mura si trovava il Borghetto di ponte.
"Il Duomo". La prima edificazione del duomo risale al secolo IV (forse sui resti di un antico tempio pagano). Ricostruito verso l'anno 1000 per iniziativa del vescovo Warmondo, si conservano oggi, dell'antica fabbrica romanica, i due campanili, le colonne visibili nel deambulatorio dietro l'abside e la elegante cripta affrescata (contenete un antico sarcofago romano, che la tradizione vuole abbia poi conservato le spoglie di San Besso, copatrono di Ivrea assieme a San Savino). L’attuale facciata in stile neoclassico è della metà del XIX secolo. Nel deambulatorio si trova un affresco raffigurante una Resurrezione miracolosa di un bambino, dipinto della seconda metà del XV secolo, attribuito al pittore tardogotico Nicolas Robert, del quale non si conoscono opere certe. In sacrestia due belle tavole di Defendente Ferrari. All'interno del Duomo si può inoltre trovare il Tetragramma biblico nella sua forma ebraica iscritto in un triangolo dorato.
La Chiesa di San Bernardino. La chiesa di modeste proporzioni (che si erge nell'area del circolo sportivo e ricreativo dell'Olivetti) è in stile gotico. Venne fatta costruire, assieme all’annesso convento, a partire dal 1455, dell'ordine francescano dai Frati Minori. Conserva al proprio interno uno splendido ciclo di affreschi sulla Vita e Passione di Cristo, realizzato tra il 1485 ed il 1490 da Giovanni Martino Spanzotti: esso rappresenta il punto più alto della sua produzione artistica. Sono anche presenti affreschi tardogotici di minor valore, oggi attribuiti al pittore lombardo Cristoforo Moretti.
Chiesa di San Gaudenzio. È un piccolo gioiello di architettura tardo barocca attribuito all'architetto sabaudo Luigi Andrea Guibert. La elegante chiesetta, costruita tra il 1716 ed il 1724 su di una piccola altura (che si trovava allora in campagna, fuori dell'abitato di Ivrea), è oggi quasi soffocata dallo sviluppo urbano. All'interno è conservato un notevole ciclo di affreschi di Luca Rossetti da Orta con scene dedicate alla vita di San Gaudenzio, santo del IV secolo che si ritiene nativo di Ivrea .
I dipendenti sono 20 in un'officina di 500 mq. La prima macchina per scrivere è la M1, presentata nel 1911 alla Esposizione Universale di Torino.
Data la varietà del territorio, il Canavese ed i suoi dintorni, offrono la possibilità di praticare numerosi sport da quelli più estremi a quelli decisamente più rilassanti incontrando così le diverse esigenze di ognuno di noi.
raggiungibili.
La cucina canavesana non è dispendiosa. Pochi piatti, fatti con quello che si ricava dall'orto e dal cortile familiare, come si usa tra gente non ricca e legata alla terra. Gli ortaggi rappresentano gli ingredienti base sia nella "zuppa di cavoli" (che è forse il piatto più caratteristico), in cui il pane è imbevuto di un gustoso brodo di salame, sia nei "caponit", che consistono in foglie di cavolo, oppure coste, ripiene di un impasto di salsiccia o salame, di arrosto tritato, di erbe aromatiche, e cotte al forno, con abbondante burro, in tegami di coccio. Le "ciöle ripiene" sono abbastanza robuste: le cipolle vengono riempite con tritato di cipolla e zucca, salame, prosciutto, arrosto e acini d'uva passa, cotte al forno ricpoperte di besciamella. Meno complessi, ma parimenti gustosi, i "cipollini d'Ivrea" pretendono una rigorosa cottura a fuoco lento in un tegame di coccio con burro e olio.
I pasticceri del Canavese, sono veri e propri artisti, depositari di segreti che si rifanno ad antichissime tradizioni locali. Da assaggiare i martin sec, piccole pere cotte con vino e zucchero, la Torta '900, i Canavesani al rhum e gli Eporediesi al cacao. Ma ci sono anche i croccanti torcetti di AgIiè, Andrate e Lanzo, le paste 'd rnelia a base di farina di mais, gli amaretti morbidi di Castellamonte e i Grappini di Chiaverano. E poi i canestrelli al gusto di vaniglia, cacao, nocciola, arancia, caffè, menta, cocco, pistacchio e i Biscotti della Duchessa al cacao, tipici di San Giorgio. Come tralasciare, infine, i nocciolini di Chivasso, nati all'inizio dell'Ottocento dal connubio di nocciole Piemonte, zucchero e albume o il Pan douss 'd Malgrà. Secondo la leggenda, quest'ultime era il dolce preferito dal signore di San Martino, proprietario del Castello Malgrà di Rivarolo intorno agli inizi del '500: il dolce preparato dai suoi cuochi richiedeva ben 48 ore di lavorazione e 24 di lievitazione naturale. Oggi le pasticcerie locali impiegano molto meno tempo a prepararlo e, in più, lo offrono in diverse varianti come il pan semplice, il pan rustico, il pan ricco.
LA TORTA 900
CAREMA D.O.C.
CALUSO PASSITO D.O.C.
CANAVESE D.O.C. BARBERA
Il tradizionale getto delle arance affonda le sue radici intorno alla metà dell’ottocento. Ancor prima, e più precisamente nel Medioevo, erano i fagioli i protagonisti della battaglia.
Oltre all'esposizione dei cavalli e alle dimostrazioni di arte equestre vengono esposte banchi di vendita delle più svariate merci, trattori e macchine agricole.
A testimonianza di questa particolare predisposizione per la storia e l'arte, la città di Torino vanta numerosi musei, gallerie, fondazioni, esposizioni permanenti e temporanee. Contrariamente a quanto molti credono, questa città non è solo un moderno centro industriale, ma vanta anche numerose testimonianze di interesse storico ed artistico, infatti, non bisogna dimenticare che Torino è stata la prima capitale d'Italia. I grandi progetti urbanistici, gli importanti spazi storici riqualificati, la presenza di numerosi giovani artisti emergenti (in ambito letterale, artistico e musicale) ed una forte predisposizione per la bellezza, fanno di Torino una delle capitali europee dell'Arte Contemporanea. La città ha conquistato questo importante ruolo grazie alla variegata offerta delle attività espositive e all'innovativo uso dell'arte contemporanea. Un'importante manifestazione artistica che da anni si svolge a Torino è “Luci d'Artista”: nei mesi invernali le installazioni luminose di celebri artisti italiani ed internazionali, decorano le vie e le piazze della città con preziosi e suggestivi effetti scenografici.
Aosta, capoluogo elegante della regione autonoma della Valle d’Aosta con circa 36,000 abitanti, sorge a 583 m d’altezza, a sinistra della Dora Baltea. Detta la ‘Roma delle Alpi’, vanta un ricco passato del quale rimangono significative testimonianze. Conserva resti di monumenti romani (arco di Augusto) e monumenti di epoca romanica e gotica. È l'antica Augusta Pretoria che trasse le sue origini da una colonia militare fatta lì stabilire da Augusto; successivamente divenne dominio dei Borgogna che nell'XI sec. la cedettero ai Savoia (dal nome della città deriva il titolo del ramo secondogenito Savoia-Aosta).
Il territorio della Valle d'Aosta è interamente montuoso. Alte montagne circondano la regione: il massiccio del Monte Bianco raggiunge i 4810 metri d'altitudine ed è la vetta più elevata d'Europa. Il Monte Bianco è situato al confine con la Francia; un lungo traforo autostradale ne assicura agevoli collegamenti. La parte meridionale del territorio è occupata dal Parco Nazionale del Gran Paradiso istituito nel 1922 per salvaguardare alberi e alcune specie di animali in via d'estinzione come stambecchi, camosci, marmotte ed ermellini. La popolazione si concentra lungo il corso della Dora Baltea e nelle valli minori. Le valli sono state scavate dai ghiacciai in movimento; questi un tempo ricoprivano tutta la regione. Ora i ghiacciai occupano solo le cime montuose più elevate.
Abitata dal V secolo a.C. dalla popolazione ligure-gallica dei Salassi, nel 25 a.C. fu conquistata dai Romani, che vi fondarono Augusta Praetoria, l'odierna Aosta. Importante sotto il profilo militare e strategico per il controllo dei valichi del Piccolo e del Gran San Bernardo, nel Medioevo fu oggetto di contesa e conquista da parte di numerosi popoli e regni, come i Burgundi nel V secolo, gli Ostrogoti, i Bizantini e i Longobardi nel VI secolo e i Franchi nell'anno 774. Inserita nel Regno di Borgogna nel 904, nel 1032 divenne contea di Umberto Biancamano. Da allora il suo destino fu legato alla dinastia sabauda, che nel 1302 la trasformò in ducato e le concesse sempre ampia autonomia. Date le caratteristiche naturali della regione, la nobiltà feudale ebbe a lungo un peso preponderante nella sua storia politica e sociale e i numerosi forti e castelli furono centri di vita politica, economica e culturale, oltre che militare. Anche la Chiesa, presente con numerosi monasteri, ebbe notevole influenza sulla popolazione della valle, che ai tempi della Rivoluzione Francese (alla fine del XVIII secolo) e nei decenni successivi fu roccaforte delle idee tradizionalistiche e reazionarie. Nell'Italia unita (1861) la Valle d'Aosta cercò di conservare le proprie tradizioni e specificità linguistiche e culturali. Il fascismo, con la riforma delle circoscrizioni provinciali del 1927 le concedette la dignità di provincia, elevandola da circondario della provincia di Torino quale era prima, dal Decreto Rattazzi.
Diventata regione autonoma nel 1945, con Federico Chabod primo presidente, ottenne dalla Repubblica Italiana la concessione dello Statuto speciale nel 1948. Economicamente per molti secoli la Valle d'Aosta visse solo di agricoltura e di pastorizia, con la diffusione di piccole proprietà spesso insufficienti alla sussistenza dei contadini e dei pastori, costretti a spostarsi in Francia o in Svizzera per lavori stagionali, o a emigrare definitivamente. Solo dopo la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) ci fu l'inversione delle tendenze demografiche ed economiche, con uno sviluppo turistico ed industriale che produsse un fenomeno immigratorio. Attualmente la regione, che ha una popolazione di poco più di 120.000 abitanti, ha un reddito pro capite tra i più alti in Italia, perlopiù grazie allo sviluppato benessere industriale del nord Italia che trasformò la Val d'Aosta in una delle mete turistiche preferite.
Tra i prodotti tipici della gastronomia consigliamo il Vallée d'Aoste Jambon de Bosses DOP, prosciutto crudo aromatizzato con timo, ginepro ed altre erbe aromatiche, stagionato e prodotto a 1600 metri d'altitudine nella piccola comunità di Saint-Rhémy-en-Bosses; inoltre la fontina, formaggio dal gusto deciso ed insieme delicato ingrediente base della Fonduta, deliziosa crema con cui condire pasta, polenta o carni o nella quale intingere fette di pane tostato. Nonostante la morfologia impervia del territorio ed il clima rigido nella regione si producono anche vini di notevole pregio, seppure in modesta quantità (si calcolano circa un milione di bottiglie a vendemmia) da vitigni Chardonnay, Müller Thurgau, Petite Arvine, Pinot Gris, Fumin, Gamay, Petit Rouge, Pinot Noir e Prëmetta. La tradizione enogastronomica si completa con i liquori: il Genepy, distillato di erbe di montagna e le grappe di vinaccia. Tradizioni e folklore sopravvivono indisturbati in questo angolo d'Italia: tipica, ad esempio, la grolla detta anche coppa dell'amicizia, costruita artigianalmente in legno, è dotata di alcuni beccucci da cui si beve, a turno, il caffè alla valdostana ottenuto miscelando caffè, limone, grappa, zucchero ed il tipico liquore a base di Artemisia (un detto del luogo recita: Chi beve solo si strozza!).